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Italia a secco

I nuovi modelli climatici ci permettono di vedere quello che ci aspetta per quanto riguarda le nostre risorse idriche. E non sono buone notizie.

Acqua
Immagine di pubblico dominio
L'Italia è una terra di mezzo. Ci troviamo proprio al confine tra due fasce climatiche: il clima subtropicale e arido del Nord Africa, e quello temperato umido del centro Europa. Il nostro clima di tipo mediterraneo alterna inverni umidi a estati secche. Ma il cambiamento climatico in atto sta spostando il suo equilibrio verso quello subtropicale.

L'Italia è un paese particolare, sia per morfologia che per posizione geografica. È composto da una varietà di microclimi. Ecco perché, finora, i climatologi erano insoddisfatti dei modelli usati per descrivere gli scenari futuri nel nostro paese. Adesso c'è COSMO-CLM, un modello ad altissima risoluzione, sviluppato da un consorzio europeo e messo a punto sull'Italia dagli scienziati del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (CIRA).

COSMO-CLM è stato fatto girare basandosi su due dei quattro scenari proposti nell'ultimo rapporto dell'IPCC, chiamati RCP (Representative Concentration Pathways): RCP 8.5, secondo cui la concentrazione di CO₂ alla fine del secolo sarà tre-quattro volte più elevata rispetto ai livelli preindustriali; e RCP 4.5, in cui la concentrazione di CO₂ a fine secolo sarà contenuta a circa il doppio rispetto ai livelli preindustriali, grazie ad alcune contromisure per ridurre le emissioni.

Le previsioni
Nel caso di RCP 4.5, l'aumento della temperatura media annuale, in Italia, è di 3,2 °C per secolo, ma anche di 4 °C nel caso del bacino del Po in inverno e su tutto il nord-ovest in estate. In RCP 8.5, l'aumento della temperatura media sarà di 6,3 °C. Nei mesi estivi, le regioni settentrionali potrebbero registrare aumenti di più di 7,5 gradi.

Mediamente pioverà di meno, ma non molto. I modelli prevedono un calo al massimo del 10 %, rispetto al trentennio di riferimento 1971-2000. La riduzione si osserverà soprattutto al nord e nei mesi estivi. Invece, in inverno aumenteranno le precipitazioni al centro e al nord (in Liguria in particolare).

Aumentano anche gli eventi meteo estremi: i periodi aridi (in regioni come la Toscana potrebbero aumentare tra il 30 % e l'80 %), le precipitazioni intense, le "notti tropicali" (giorni in cui la temperatura minima è superiore ai 20 °C), e i "giorni estivi" (giorni in cui la temperatura massima è superiore ai 25 °C). In pratica, diventeremo una sorta di ibrido subtropicale-mediterraneo.

Nord
Il Nord Italia dovrà affrontare l'acuirsi di due problemi: inverni con maggiori precipitazioni e un aumento del rischio di inondazioni, estati con un maggiore rischio di magre del Po. Il problema è grosso perché, per far funzionare il paese, deve funzionare il bacino del Po.

Il Po a Boretto
Immagine di pubblico dominio: Baldo051
Dalla sua foce fino alle vette alpine si forma il 40 % del PIL; il bacino sostiene il 37 % dell'industria, il 35 % della produzione agricola, il 55 % della zootecnia; e produce il 50 % dell'energia idroelettrica e un terzo di quella termoelettrica.

Sud
Ovviamente, il problema idrico non riguarda solo il Po, anzi. Più di un quinto del territorio italiano è classificato a rischio di desertificazione. Un fenomeno cronico nel meridione e nelle isole, ed è in espansione.

Nel Sud Italia, il 40 % del suolo è minacciato da intensi processi di degrado. Dal 1999 esiste un piano nazionale per la lotta alla desertificazione, che fornisce alle autorità le linee guida per combattere il degrado del suolo, soprattutto per quanto riguarda le attività umane. Ma la lotta contro il deserto che avanza è impari, in particolare se il clima rema contro.

Al sud basta poco per fare il salto e passare da un carattere mediterraneo ad uno desertico. Secondo gli esperti, la Sardegna è già diventata una regione arida. Per le altre, le criticità sono stagionali, ma la Sardegna è seguita da vicino da Puglia, Calabria, Sicilia e Basilicata.

Oro blu
Secondo l'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il nostro paese soffrirà di un aumento fino al 25 % del deficit idrico, a causa della combinazione di diminuzione della risorsa e aumento della domanda, soprattutto per uso agricolo.

Il deficit idrico nel bacino del Po causerà una maggiore difficoltà degli acquiferi a rigenerarsi e un peggioramento della qualità del suolo, difficile da ripristinare. Lunghi periodi di siccità favoriranno una maggiore esposizione a inondazioni e frane. Alcune opere per la produzione di energia idroelettrica potrebbero perdere funzionalità. Potrebbe deteriorarsi l'acqua di falda. E anche la navigazione di laghi e fiumi potrebbe subire l'impatto delle magre.

E ora che scarseggia, l'acqua non è più solo un problema ingegneristico, come è stato considerato fino ad oggi; ma anche una questione economica e sociale. I consumi idrici sono diventati insostenibili, e la domanda globale crescerà del 55 % entro il 2050. Prima di arrivare alla fase di emergenza, dobbiamo rivedere le politiche per le risorse idriche, attribuendo un valore, anche economico, mai riconosciuto all'acqua.

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